Testaccio ed il monte dei Cocci: storia e curiosità

Se la cucina romana avesse un quartiere “madre”, Testaccio sarebbe sicuramente in lista molto ristretta. È un rione di pietra, cocci e trattorie, dove la storia non è solo nei musei ma sotto i piedi, letteralmente: basta guardare quel colle strano, tagliato a terrazze, che spunta dietro i palazzi.

Quello è il Monte dei Cocci, o Monte Testaccio: una montagna fatta di anfore rotte. E già questo basterebbe a spiegare perché Testaccio non è un quartiere come gli altri.

Vediamo da vicino storia e curiosità di questo angolo di Roma che profuma di mercato, vino e quinto quarto.

Dove nasce Testaccio (spoiler: c’entra il Tevere)

Testaccio nasce in una posizione strategica: siamo sulla riva sinistra del Tevere, fuori dalle Mura Aureliane originarie, in una zona che in epoca antica era il grande retrobottega commerciale di Roma.

Qui c’erano:

  • i magazzini dove si stoccavano merci arrivate via fiume;
  • gli horrea, cioè i depositi di grano, olio, vino;
  • una brulicante attività portuale, fatta di scaricatori, mercanti, funzionari, barcaioli.

 

Insomma, mentre il centro era il palcoscenico, Testaccio era il backstage: il punto in cui arrivava una parte fondamentale delle risorse che tenevano in piedi la città.

Da questa vocazione “logistica” discende tutto il resto: anche il Monte dei Cocci.

Monte dei Cocci: una montagna di anfore (sul serio)

Il Monte Testaccio non è un colle naturale: è un enorme accumulo di frammenti di anfore, cioè cocci.

Per secoli, le navi che portavano soprattutto olio dalla Spagna e da altre province scaricavano le anfore nei depositi vicini. Una volta svuotate, queste non venivano riutilizzate (per motivi igienici e fiscali) e così… si accumulavano. E si accumulavano. E si accumulavano ancora.

Non parliamo di quattro cocci messi lì a caso, ma di:

  • milioni di frammenti impilati con criterio,
  • strati diversi,
  • veri e propri “terrazzamenti” creati nel tempo.

Il risultato, dopo secoli, è una collina artificiale alta più di 30 metri, che racconta in silenzio quanto olio passasse da qui quando Roma era il centro del mondo.

Curiosità:

  • su molti frammenti sono state trovate iscrizioni e marchi che indicavano provenienza, controlli, quantità: una specie di etichetta ante litteram;
  • la disposizione non è casuale: i cocci venivano accatastati in modo ordinato, creando quei profili che ancora oggi si vedono nelle pareti tagliate del monte.

Dal deposito di anfore alle notti romane

Nel corso dei secoli il Monte dei Cocci è stato:

  • cava di materiali,
  • punto panoramico,
  • spazio usato per celebrazioni religiose e popolari,
  • e, in epoca moderna, sfondo delle serate romane.

Alla base del monte, infatti, sono state create quelle che un tempo erano grotte e magazzini scavati nei cocci, diventate poi depositi, cantine, locali, ristoranti.

Oggi, passeggiando in via di Monte Testaccio, si ha la sensazione chiarissima di stare tra:

  • una Roma antica che affiora nei profili del monte,
  • e una Roma contemporanea fatta di tavoli apparecchiati, calici di vino, piatti fumanti.

 

È uno di quei luoghi in cui le epoche non si succedono: si accavallano.

Testaccio: mercato, pallone e quinto quarto

Il quartiere che si è sviluppato attorno al monte ha sempre mantenuto un’anima popolare fortissima.

Testaccio è stato e resta:

  • quartiere di lavoratori, legato al porto fluviale, ai macelli, alle industrie;
  • quartiere di tifo e pallone, grazie alla storica presenza del vecchio stadio della Roma, il “Testaccio”;
  • quartiere di mercato, prima con il mercato rionale storico all’aperto, oggi con il Mercato Testaccio coperto, dove banchi di frutta, carne, pesce e street food si mischiano alla vita di tutti i giorni.

Ma soprattutto, Testaccio è quartiere di cucina romana. Qui il quinto quarto non è moda, è storia:

  • il mattatoio rionale forniva tagli “poveri” a popolazione e trattorie;
  • da quelle frattaglie sono nati piatti come coda, trippa, coratella, pajata;
  • molte ricette che oggi consideriamo “tipiche” sono nate in contesti dove si cucinava tutto quello che arrivava dalla filiera della carne.

In questo scenario, mangiare sotto il Monte dei Cocci ha un sapore particolare: sai che ogni piatto ha un pezzo di quartiere dentro.

Un quartiere da vivere a piedi (e a tavola)

Per cogliere davvero Testaccio e il Monte dei Cocci, il modo migliore è camminare lentamente:

  • passare davanti all’ex Mattatoio, oggi trasformato in polo culturale,
  • affacciarsi verso il Tevere e il Ponte Testaccio,
  • infilarsi tra le vie residenziali e i bar di quartiere,
  • fare un giro al mercato,
  • e poi finire, inevitabilmente, seduti a tavola da Velavevodetto.

Perché Testaccio è così: ti racconta la storia dell’Impero con una collina di cocci, ti fa vedere la Roma operaia e popolare, e alla fine ti fa sedere davanti a un piatto di cucina romana che, senza dire nulla, tiene insieme tutto: passato, presente, quartiere e tavoli condivisi.

Il Monte dei Cocci, intanto, resta lì. Silenzioso, un po’ inclinato, fatto solo di frammenti. Come a ricordare che a Roma anche i cocci, se messi bene, diventano paesaggio.

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